Cosa significa appartenere ad una minoranza stigmatizzata?

Qualche cenno al concetto del Minority Stress

Immagina di svegliarti un giorno in un mondo in cui una tua caratteristica fisica o psicologica è malvista dagli altri. Devi alzarti ogni mattina, confrontarti con le difficoltà della quotidianità, lavorare, andare a fare la spesa, cercare di realizzarti, ma con un peso in più rispetto agli altri: il peso dell’essere guardato male, giudicato, evitato, di sentirti in pericolo quando sei fuori casa. Questo mondo, per molti ipotetico, per altri è una realtà tangibile: affronta una vita simile qualsiasi persona faccia parte di una minoranza.

Il Minority Stress è quella forma di stress che una persona sviluppa quando fa parte di una minoranza socialmente poco accettata e, per questo, stigmatizzata. Si tratta di una condizione strettamente legata a ciò che si è, quindi praticamente inevitabile dalla persona, che è costretta a subirla o a cercare di reagirvi con forza, con tutte le difficoltà del caso; la tranquillità appare comunque spesso come un miraggio.

Non tutte le minoranze vivono nelle stesse condizioni: chi appartiene ad un sottogruppo etnico è, per i suoi tratti somatici, spesso più riconoscibile, e perciò rischia di subire atti discriminatori con maggiore facilità da persone che non conosce; può però godere del sostegno della propria famiglia, che fa parte dello stesso gruppo di minoranza, e spesso anche della comunità, nei casi in cui molte persone della sua stessa etnia vivano nel suo stesso luogo.

La ricerca si è tuttavia molto più spesso soffermata sul minority stress delle minoranze sessuali (LGBTQIA+): spesso gli appartenenti a questi gruppi riescono con più facilità a nascondere il proprio status all’esterno e per questo possono più spesso sottrarsi a degli atti discriminatori da parte di chi non ne è a conoscenza. Allo stesso tempo, però, potrebbero far parte di una famiglia non appartenente allo stesso gruppo di minoranza, che magari ha anche pensieri e comportamenti discriminatori verso di esso: in questo caso sentirsi accettati potrebbe essere molto difficile, come anche decidere di fare coming out e trovare sostegno. Anche ricercare altri membri del gruppo di minoranza potrebbe essere più difficile.

Inoltre, mentre l’appartenenza ad una minoranza etnica è un dato meramente biologico, gli orientamenti sessuali non eterosessuali vengono spesso percepiti come “una scelta”, una tendenza a cui sarebbe possibile opporsi solo volendolo: il tutto assume quindi per molti anche delle connotazioni morali, con la principale conseguenza che chi “decide” di non essere eterosessuale viene visto semplicemente come una persona che vive per provocare, come qualcuno privo di solidi principi etici.

Nella popolazione non eterosessuale, il minority stress si manifesta nei seguenti modi (1):
episodi di discriminazione: sentire che un esponente del proprio stesso gruppo minoritario ha subito un’aggressione fa sentire in pericolo molte altre persone del gruppo;
stigma percepito: si avverte il rifiuto da parte della società, per cui si ha paura e ci si aspetta spesso di essere discriminati;
omofobia interiorizzata: a causa dello stigma sociale si sviluppano bassa autostima e scarsa accettazione della propria omosessualità, fino ad arrivare ad odio e disprezzo di sé.

Non esistono tuttavia solo esiti negativi per questo processo: molti appartenenti alle minoranze sessuali sviluppano resilienza, ovvero la capacità di fronteggiare efficacemente esperienze molto provanti.
Segni di resilienza possono essere l’impegno sociale per i diritti del gruppo e il rifiuto attivo del pregiudizio. In generale, impegnarsi per contrastare idee, leggi e comportamenti di tipo discriminatorio può aiutare chi appartiene ad una minoranza a rinforzare il senso di appartenenza al gruppo e allo stesso tempo può permettere di sviluppare un maggiore senso di influenza sul miglioramento delle proprie condizioni di vita all’interno della società.

Il costrutto del minority stress ci insegna qualcosa di fondamentale: dove c’è una minoranza stressata, c’è anche una maggioranza che non le offre un ambiente sociale nel quale vivere serenamente. Chi fa parte di una minoranza soffre non solo perché non si riconosce negli ideali, nelle caratteristiche e nei desideri della maggior parte degli individui, ma anche a casa dell’azione escludente della società, che lascia ai propri margini chi percepisce come diverso, tutti coloro i quali non si conformano al sentire comune.
Ciò che la maggioranza può fare per le minoranze è costruire per esse una società inclusiva e tollerante, dove allontanarsi dagli ideali del gruppo maggioritario non debba per forza essere motivo di insulto, scherno, aggressioni e altre situazioni che possano essere fonte di sofferenza.

(1): Lingiardi, V., & Gazzillo, F. (2014). La personalità ei suoi disturbi: Valutazione clinica e diagnosi al servizio del trattamento. Raffaello Cortina.

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